Obesità, cause e prevenzione

Un aumento della quota adiposa dell’organismo.

Si tratta di uno dei maggiori problemi sociosanitari a livello mondiale in quanto il numero di soggetti obesi o sovrappeso ha ormai superato, nel mondo, i due miliardi.

L’obesità è abitualmente classificata usando l’indice di massa corporea (IMC o BMI, Body Mass Index), calcolato dividendo il peso in kg per l’altezza in metri elevata al quadrato).

Sono definite quattro classi di obesità (Tab. 1).

Per valutare i principali rischi legati all’obesità (malattie cardiovascolari, diabete e ipertensione), sono definite altre due categorie:

  • ​“sovrappeso” con IMC >25;
  • ​“obesi” con circonferenza addominale >102 cm per gli uomini e 88 per le donne.

Per i bambini da 5 a 17 anni si usano apposite tavole con la definizione dei percentili di IMC.

Nota: L’IMC è correlato con i rischi legati all’obesità stessa, cioè non si applica ai soggetti con masse muscolari molto sviluppate che possono avere un IMC elevato ma massa adiposa normale o ridotta e ai soggetti, specie anziani, con massa muscolare ridotta che possono avere IMC nei limiti ma quantità adiposa elevata.

NOTE DI FISIOPATOLOGIA

L’obesità è il frutto dell’interazione di fattori genetici e ambientali o comportamentali che provoca come risultato finale un bilancio energetico positivo. ​L’ereditarietà è considerata responsabile dell’aumento di peso nel 30-70% dei casi, ma con responsabilità indiretta in quanto fattori ereditari influiscono sull’appetito, sul metabolismo intermedio e sull’atteggiamento individuale nei confronti dell’attività fisica.

Tabella 1 Classi di obesità

  • ​Classe I: IMC >30
  • ​Classe II: IMC >35
  • ​Classe III IMC >40 (obesità estrema)
  • ​Classe IV: IMC >50 (superobesità)

I fattori ambientali/comportamentali comprendono diversi aspetti quali:

  • fattori prenatali;
  • disponibilità di cibo poco costoso, appetitoso ed energetico;
  • comportamenti di origine sociale, economico, etnico o culturale;
  • stimoli legati ai mass media;
  • stile di vita sedentario.

I fattori che agiscono sul centro dell’appetito, posto a livello ipotalamico, sono costituiti da numerosi stimoli nervosi e ormoni di varia origine, in un gioco di regolazioni assai complesso.

Oltre all’obesità legata esclusivamente a disordini alimentari vanno citati stati patologici quali: ​

  • alterazioni della sfera affettiva; ​
  • diabete tipo 2; ​
  • assunzione di ormoni, compresi i contraccettivi orali;
  • ​lesioni ipotalamiche; ​dislipidemie; ​familiarità.

Nella gestione del paziente obeso è necessario identificare e trattare le principali situazioni di rischio quali: ​

La sindrome metabolica:

l’aumento di adiposità e del turnover di acidi grassi che la caratterizza, agisce come una vera sindrome endocrina con liberazione di adipochine e mediatori della flogosi.

Si stabilisce, pertanto, uno stato di insulino-resistenza che è ritenuto l’elemento patogenetico comune alle varie componenti della sindrome che è caratterizzata da ipertensione, insulino-resistenza e un quadro dislipidemico caratterizzato da un basso livello di lipoproteine a bassa densità e un elevato livello di trigliceridi.

È considerata un fattore di rischio importante per lo sviluppo della malattia aterosclerotica.

Il tessuto adiposo, infatti, libera fra le adipochine prodotte anche IL-6, mediatore di una flogosi strisciante (flogosi cronica o di basso grado) che favorisce lo sviluppo della placca aterosclerotica e induce la produzione di piccole quantità di proteina C reattiva, riconosciuta come marcatore prognostico indipendente di cardiopatia.

La steatosi epatica non associata al consumo di alcool (NAFLD):

dal punto di vista nosologico è considerata una parte della sindrome metabolica (con la stessa patogenesi legata all’insulino-resistenza), ma ha acquisito un’importanza particolare. È presente nel 10-25% della popolazione generale con una prevalenza che sale fino al 50-90% dei soggetti obesi.

Si tratta di una condizione frequentemente benigna che nel 20-30% dei pazienti con NAFLD progredisce a steatoepatite (NASH, Non Alcoholic SteatoHepatitis) che può evolvere a cirrosi e, in alcuni casi, a epatocarcinoma.

Un aspetto preoccupante è il crescente riscontro di NASH nei bambini in relazione alla diffusione dell’obesità in età pediatrica.

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